18 Settembre 2019
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Il Trail del Montanaro in ordine sparso

08-10-2015 09:52 - Mondo Trail, Ultra, Sky ed Extreme!
"Il Trail del Montanaro in ordine sparso."
(di Enrico Garcia Capraia Marquett)

Il ristoro dei 30km

Non so perché ma il primo ricordo è quello del ristoro dei 30km. Più che un vero ristoro di quelli classici col tavolino, la tenda bianca smontabile, la crostata, la cioccolata e la frutta e poi le bibite e le taniche di acqua e sali, quello era un ristoro naïf: era una semplice macchina; credo una Ford Focus familiare blu metallizzata.
Aveva il portellone posteriore spalancato che sembrava una balena a bocca aperta, e il bagagliaio pieno fino all´orlo di confezioni di bottigliette di acqua naturale da mezzo litro. E anche due bottiglie di coca cola a fare da sentinelle sulla soglia del baule. Le due "coke" erano lì, sensuali, zuccherine e molto più accattivanti rispetto a quella miriade di bottigliette-soldati semplici di acqua naturale, e se ne stavano sull´attenti, belle e spavalde come sirene distese su uno scoglio, sul quel paraurti posteriore. Sembravano parlarti senza poter parlare: "Hey... Siamo qui! Prendi noi!".
La Ristoro Focus era parcheggiata in un campo di erba abbandonato al suo destino naturale. Poteva sembrare una pista da sci in estate quel campo, stessa faccia da prato disboscato ad arte come le piste da sci, anche se era in piano (praticamente era un piccolo altipiano): l´erba era alta e secca e sembrava fieno ingiallito e mai raccolto che cercava solo di sopravvivere sul posto in attesa della prossima neve.
Ristorofocus e Pratoingiallito erano al confine tra due tratti di percorso molto diversi tra loro; due mondi diversi: "a monte", cioè prima del ristoro, c´era una ripida salita; a valle... una lunga e comoda discesa.
La salita era talmente ripida che avrebbero pure potuto chiamarlo "Vertical Ristofocus", quel tratto di percorso: una salita fetente che si inerpicava nel cuore di un bosco bellissimo cosparso di milioni foglie morenti color rame. Una salita di quelle così ripide che, mentre sali, rischi di trovarti la faccia a contatto col suolo e la terra in bocca; ma questo non perché sei caduto in avanti, ma solo perché sei ancora in piedi e stai salendo un muro quasi verticale fatto di terreno umido, intrecci di radici e rare pietre, il tutto cosparso da un manto di foglie giunte ormai al capolinea del loro ciclo vitale.
Il letto di foglie, in alcuni tratti, rendeva veramente difficile riuscire a seguire il sentiero, o riuscire a vedere anche una sola traccia lasciata dai primi concorrenti in transito. C´era abbondante carenza di qualunque cosa potesse essere utile per indicarti la via là dentro: qualcosa come terra smossa di fresco, il negativo in bassorilievo di una suola Vibram, il segno di una scivolata... Proprio niente di niente.
A volte capita di trovare qualcosa che ti fa capire che sei sul percorso e che ti fa pensare "sono passati di qui da poco..."; e magari ti fa sentire anche un po´ il lupo solitario che sta braccando la sua preda. Ma qui, davvero, non c´era niente di niente.
In posti come questo capita di trovarsi a un certo punto e non sapere se seguire il tipo longilineo coi bastoncini cento metri sopra o i due senza bastoncini cento metri sotto.
In questi momenti di confusione si susseguono riflessioni e domande precise ma confuse: "...perché io sono nel mezzo e lui e loro stanno andando in direzioni opposte? Dove devo andare? Chi di loro ha ragione?"
Sono i momenti in cui i dubbi galoppano mano nella mano con la stanchezza e si potenziano a vicenda.
Chi di loro - di noi... - stava sbagliando strada in quel bosco senza traccia di sentiero... Forse Longilineo?..o forse la coppia senza bastoncini? O forse io... che, perplesso fino al midollo dell´anima, stavo nel mezzo?
Poi, a volte succede qualcosa che sblocca la situazione: in certi casi una domanda ben posta, anche fatta da altri e al momento giusto, può sbrogliare una situazione potenzialmente spinosa. Porsi - o anche porre - domande, non è mai sbagliato in certi momenti.
E la domanda non si fece attendere troppo, e arrivò da valle: mentre stavo guardando con invidia Longilineo che saliva spedito come uno che sa il fatto suo, sperando che lui avesse sbagliato strada e non i due senza bastoncini poco più sotto, fui riportato al punto cardine della questione dall´urlo di uno dei due più sotto "oh... Ma è lassù il tracciato?"
"Bella domanda, amico... Stavo per portela io, questa domanda..."
Il tipo dalla domanda difficile lo stavo osservando già da molti chilometri. Aveva la maglia giallo-nera de La Ronda Ghibellina, la squadra dell´ormai amico Marco Frontini. Lo avevo visto montare le salite con passo costante e poco più lento del mio, e affrontare le discese a gran velocità e con grande sicurezza, con un passo molto più veloce del mio. Ma siccome, fino a quel momento, avevamo fatto più salita che discesa, era rimasto sempre lì, a portata di vista; e adesso era lì sotto che mi chiedeva informazioni.
Questa gente in divisa giallo-nera è tutta gente tosta, sia le donne che gli uomini. Credo che, alla fine, si siano piazzati nelle primissime posizioni, sia gli uni che le altre. È gente di pochi discorsi, questa qui, ma di molti fatti!
In un brevissimo primo momento persi di vista la domanda- ghibellina per rimuginare su altre questioni: conoscendo il valore di questa gente, mi sembrava atipico avere ancora a portata di vista un giallo-nero: a quel punto eravamo vicini al trentesimo chilometro... Lì per lì pensai con orgoglio di essere andato abbastanza forte - attimi di transitoria euforia - , ma forse anche di aver tirato troppo... - attimi di moderato sconforto -; ma poi, bypassate e emozioni contrastanti, mi concentrai soprattutto sulla domanda.
La domanda di Rodaghibellina ebbe l´effetto di riattivare il sensorio, il mio, - la vista soprattutto - e mi fece immediatamente notare due cose: uno, che, sotto di me, e tutto intorno a Rodaghibellina e compare, non vedevo nessuna fascina bianco rossa; e due, che poco sopra la testa di Longilineo c´era qualcosa che di certo non apparteneva al bosco.
Eccolo lì dov´era il segnale... Ecco perché lui saliva spedito e noi stavamo ancora brancolando nel buio tra terra marrone scura e foglie ramate di tutte le gradazioni possibili immaginabili.
"È qui! Salite sù! Si sale ancora!"
Ecco... Ora sono di nuovo nel bosco.
Ancora qualche passo con gli occhi fissi a pochi centimetri da terra, dalle radici e dalle foglie e siamo a quello che chiamerò l´Altipiano della Ristofocus. Eccola lì la macchina-ristoro per approvvigionamento liquidi e drink energizzante di coca cola.
Due tipi ospitali ci lasciano libero arbitrio: mi siedo sul morbido letto di fieno, svuoto la borraccia, la riempio di coca e la secco; ripeto l´operazione e, con la pancia ormai piena di bollicine zuccherate, riempio la borraccia uno e la borraccia due di acqua.
Siamo al km 28-quasi. Più della metà della gara se n´è andata e anche buona parte del dislivello positivo complessivo. È presto per crogiolarsi nella felicità ma è anche il punto di non ritorno: "manca meno della metà dei chilometri e il più della salita è ormai fatto... Non si torna indietro".
I gestori del ristoro dicono "ragazzi state andando forte, siete decimi o dodicesimi!" ma nessuno di noi accenna a niente che somigli né a particolare gioia né a disperazione; però siamo tutti felici di sentire la frase successiva "da qui in poi ci sono circa dieci chilometri di discesa, per la gran parte corribile!"
Detto, fatto. È Longilineo a scappare per primo dal ristoro. Dice "buon per chi la corre..." Uno dei due ristoratori domanda "perché... Tu non la corri? Qui si può correre bene."
Lui risponde "non sono veloce...", e se ne va via come un fulmine. Non era veloce ma quella è stata l´ultima volta che l´ho visto lungo il percorso, ed era molto più veloce di me...
Mentre lui lascia l´altopiano, arriva anche Magliarossacoibastoncini.
Con lui avevamo fatto un po´ di yo-yo: io lo superavo in salita, e lui mi riprendeva in discesa; poi mi staccava sul piano, e io lo riprendevo in salita. Una volta l´avevo superato perché si era fermato a fare pipì ma poi mi aveva ripreso e lasciato sul posto perché io dovevo stringermi i lacci delle scarpe.
Per i pochi tratti fatti a poca distanza avevamo anche comunicato: lui, in tutta onestà, forte dell´esperienza dell´anno precedente, mi aveva avvertito circa la difficoltà della salita nel bosco prima del ristoro dei 30; mentre io, malfidato, avevo pensato che stesse solo facendo un po´ di pretattica intimidatoria e io gli avevo risposto con sufficienza solo "ah... Bene a sapersi... mi fa piacere..."
Poi, però, siccome mi dispiaceva che venisse investito da una moto da enduro che scendeva a tutta su un tratto di mulattiera, lo avevo richiamato con un fischio d´avvertimento da pecoraro, come per dire "Oh... te... terrorista psicologico... Tira su la testa che ti mettono sotto!", e lui aveva ringraziato con un cenno del capo.
Da lì in poi, eravamo diventati buoni amici, anche se non ci fu più alcuno scambio di parole. Anche perché la nostra amicizia silenziosa e a distanza sarebbe durata ancora meno di un chilometro e giusto qualche altro minuto: ovvero giusto il tempo di finire di portare a termine l´ascesa del bosco perché, nel momento che Magliarossacoibastoncini fu arrivato al ristoro, io me ne stavo già andando. "Vado! Ciao!"
Ricordo solo che stava dicendo ai due ristoratori che aveva male alla schiena e che gli sarebbe piaciuto essere sul tragitto corto e non avere ancora da fare più di venti chilometri di saliscendi. Poi ricordo anche di aver pensato "Anch´io ho mal di schiena... Però sono felice di essere qui."

Prima e dopo la partenza
Domenica 20 settembre 2015. Ore 3:59 a.m. . Sono una cosa sola col mio cuscino.
Suona la sveglia. "Merda... ma chi me lo fa fare?"
Dal mio letto alla linea della partenza ci sono circa 70 km, ovvero un´ora di macchina; ma il tratto più difficile sono i primi 15 metri: quelli che mi separano dal primo caffè. Da lì in poi si accenderà qualcosa dentro e andrò in automatico, lo so. Se riesco a scendere dal letto, posso farcela.
La partenza della gara è fissata per le 7:30 e devo ancora ritirare il pettorale. E allora... sveglia a malincuore, colazione, rapido smaltimento liquidi e solidi organici, vestizione. Poi partenza da Pisa alle 5 e arrivo a San Marcello alle 6. Parcheggio della Coop. Stop.
Motore spento. Ce l´ho fatta!
Oggi si gareggia sulla traccia del "Trail del Montanaro". Si parte e si arriva a S. Marcello Pistoiese, un tempo rinomata località di villeggiatura, oggi piuttosto relegato all´ingrato ruolo di paese più di passaggio che di stazionamento vacanziero.
6:05. Comincia la ricerca del pettorale.
Quando vedo l´arco gonfiabile della partenza e dell´arrivo mi parte un po´ di strizza, mi succede spesso, d´altronde - credo sia timore reverenziale, rispetto -. "Cacchio... Si comincia a fare sul serio..." Ed è già clima pregara.
Tra la partenza e l´arrivo ci sono circa 52 chilometri di saliscendi su sentieri boscosi e strade di montagna, distribuiti lungo i profili dei monti che circondano questo paese che, almeno per oggi, è di nuovo il grande protagonista.
San Marcello ancora sonnecchia, come il 99% dei suoi abitanti, e l´alba stenta ancora a farsi vedere. L´aria è frizzante e, anche se siamo credo a poco più di 600mt S.l.m., questa aria è molto più montanara di quella che trovo intorno a casa anche a quote leggermente superiori.
Sono solo, per il momento, insieme a due addetti ai lavori: a occhio e croce sono uno dei primi concorrenti a essere arrivato.
Il pettorale e il pacco gara si ritirano presso la Sala Baccarini al primo piano di un palazzo che si affaccia sulla Piazza principale del Paese, sopra il Bar Ristorante Baccarini; è qui la centrale operativa dell´organizzazione: di sopra si completa la registrazione; di sotto, al piano terra, si può fare colazione e non solo.
Il gestore del bar è ospitale e moto gentile, si sente che ci tiene molto a promuovere questi luoghi ormai un po´ troppo dimenticati e promette bellissime vedute e sentieri meravigliosi; anche il caffè e la sfoglia alla crema sono come dovrebbero essere.
Sono qui da solo, oggi, ma nonostante questo sarebbe tutto perfetto se non avessi qualche fastidio che mi tormenta un po´: uno, da ieri sera cerco di ignorare un mal di gola appiccicoso e insistente come un Testimone di Geova; e due... da stamattina, avverto anche strani tafferugli nel settore addominale; c´è gran fermento là sotto - situazione in ebollizione. Pericolo!
Sento che sta per succedere qualcosa; è la sfoglia alla crema... - "maledetta traditrice" -. Ci mette pochissimo a far reazione con tutto l´intestino; e l´aria fresca del mattino le da una mano: da lieve fastidio diventa emergenza conclamata. May day! May day! Adesso il problema è da risolvere con urgenza.
Non sono uno di quelli che chiedono un caffè per non sentirsi in debito se poi chiedono di utilizzare il cesso - caffè e pasta li avrei presi comunque, Baccarini! - ma ora, davvero, mi serve un bagno. Subito!
"In fondo alla sala sulla destra..."
Attimi di non trascurabile felicità!
Entro. Clack! Chiuso.
Carino. Spazioso. Ben tenuto. Pulito. C´è perfino il dosatore di schiuma di sapone per le mani appiccicato sulla parete e pure le salviette di carta e l´asciugamani a getto di aria calda. Non potevo chiedere di meglio.
La funzione epurativo-liberatoria allontana l´incubo di Firenze Urban Trail 2015, gara affrontata in precarie condizioni di salute, corsa e combattuta in preda a lancinanti e improvvise coliche addominali e sudori freddi intermittenti; una corsa con e contro un virus alieno intestinale che, dopo circa 21 km mi costrinse a un pit stop di alleggerimento sui colli fiorentini. Un´odissea da non voler ripetere mai più; figuriamoci oggi...
Problema apparentemente risolto.
Tutto fatto. Tutto a posto. Sto meglio - "grazie Baccarini...anche se di sicuro non ti chiami Baccarini. Vado a vedere quanto sono belli i monti che mi hai appena raccontato. A dopo!" -.
Ora sono pronto. Ho 45 minuti per preparare lo zaino, fissare il pettorale e - se avrò voglia ma penso di no - per scaldarmi un po´ e fare un po´ di stratching. Ho tutto il tempo che serve e anche di più ma sono un maestro nel perdere minuti preziosi in questi casi; così mi trovo alle 7:20 a chiudere lo zaino in tutta fretta e a corricchiare verso la linea di partenza sperando che non siano già partiti.
Prima di varcare la soglia della gabbia transennata di partenza vengo intercettato da Marco e Gastone per baci, abbracci, foto e imboccallupi reciproci: loro partiranno alla 9 per la 23 km. Non me l´aspettavo di vederli a quest´ora e apprezzo tantissimo visto che sono solo come un cane. Nel momento in cui li vedo mi accorgo di essere solo e mi chiedo come mai si dice solo come un cane? - che poi, a pensarci bene, i cani mica sono tanto soli...-.
È molto intimo il pre-partenza: siamo pochini, credo al massimo una settantina; tra i pochi riconosco i colori giallo-neri dei Ronda Ghibellina ma Marco Frontini non c´è, me lo confermano i suoi compagni di squadra. Poi trovo Angelo (Maratonando per tutti), che forse nella bagarre mi accenna a tafferugli addominali simili ai miei.
Poi ci fanno sfilare per la prova chip sul tappeto digitale ed è tutto un cinguettio. Pochi attimi ancora e si parte.
Lo speaker fa un conto alla rovescia breve e poi si sente uno sparo, oppure mi immagino tutto perché sono già in trans agonistico pieno, però siamo partiti perché sto correndo.
Salita. È inevitabile: ci sono da fare subito 1.100 metri di dislivello positivo totale.
Un po´ di asfalto e poi un tratto di forestale; poi sentiero nel bosco, abeti, forse di ontani o larici, poi ancora un tratto di strada forestale, e ancora bosco con la pendenza che diventa progressivamente affare sempre più serio.
Vado bene in salita. Quando non si corre e aumenta la pendenza mi sento più a mio agio.
E affiorano ricordi di massime trovate sui libri, come il Credo dell´ultramaratoneta ("se non vedi la vetta, meglio camminare"), oppure sentite in momenti che ti ricordi a vita, come i tre punti fermi di Salvo, il Mantra del Pelli: "Uno... In salita si cammina; due... PCP (passo costante del Pelli); tre... Testa").
Quando la salita si fa dura il Capraia diventa un vero caprone: salgo bene, sono efficace, e la frequenza cardiaca è sempre sotto controllo; recupero diverse posizioni e sto bene. Felicità.
Si sale parecchio, e "il Baccarini" aveva proprio ragione: qui è davvero una meraviglia.

Il dilemma dei bastoncini
Quando li ho comprati e provati la prima volta ho pensato "mai più senza!" Poi ho provato a fare gare con e senza. E allenamenti con e senza. E dopo aver fatto un bilancio sulle esperienze con e senza, mi sono a più riprese ritrovato col "dubbio-dilemma dei bastoncini". Tipo quando ero sul punto di dire "oggi restate in macchina"; ma poi, colto dal rimorso - "cacchio... mi son costati un cento..." - li ho presi, usati e poi pure ringraziati.
Altre volte li ho avuti sapendo di volerli ed ero felice di averli, soprattutto quando la salita richiedeva quattro ruote motrici sempre in trazione e in discesa facevano comodo quattro punti di appoggio a pronta presa. Ma in altri momenti mi è capitato anche di arrivare a pensare "...e adesso dove li metto? Ma mi servono davvero?"
Mi sono fatto l´idea che sia difficile dare un consiglio, e anche darselo, riguardo ai bastoncini; soprattutto se i chilometri da fare non sono troppi, se non si deve affrontare la notte, e se le strade i sentieri da percorrere sono buoni.
Potrei dire che vanno sempre bene se e quando si fa Trekking, fondamentali per chi fa Nordic Walking, ma nel Trail?
Io, a tale riguardo, ho maturato una teoria valida almeno per me; basata su uscite con e senza e su mio livello decente di allenamento: se devo superare i 40-50 km, i 2.500-3.000 metri di dislivello e le probabili 8-10 ore di corsa/cammino, penso che probabilmente mi faranno comodo; a maggior ragione se devo affrontare il buio: ricordo momenti di stanchezza onnicomprensiva (muscoli, testa, cuore, anima...), come in Val d´Orcia dopo l´ottantesimo chilometro e le 15 ore di corsa/cammino, dove ho ringraziato il cielo (e anche me) per averli portati: in quel caso non potevo non pensarli se non come due fondamentali estensioni delle mie braccia. Avevo sonno, poche forze residuali, voglia di riposarmi più che voglia di fare altri 15 chilometri nel bosco in piena notte e averli con me si rivelò un´ottima pensata.
In quel momento ero un dead man walking con l´entusiasmo di un bradipo stanco e demotivato ma almeno ero quadrupede, ed ero convinto di riuscire a stare ancora in piedi proprio grazie a queste due estensioni dei miei arti superiori. Due protesi ormai fuse col resto del corpo che mi consentivano ancora di avvicinarmi un altro po´ al traguardo.
"Ma oggi... Li porto o non li porto?"
Durante il viaggio in macchina c´ho anche pensato a portarmeli dietro "ma se poi cominciano a essermi di impiccio e mi viene voglia di lasciarli sul posto?"
Rimugino, rumino esperienze con e esperienze senza. Faccia perplessa.
"Oggi ne faccio 52 di km... Il dislivello è meno di 2.500 metri... Ci vorranno otto ore, se tutto va bene..."
In pratica siamo al confine tra il con e il senza. Attimi di trascurabile indecisione.
Adesso sono le 7:19, sto per chiudere il portellone del bagagliaio della mia macchina e loro sono lì; sono veramente belli col loro colore giallo, verde e nero, il loro disegno sinuoso, le impugnature morbide e i laccetti ergonomici per i polsi... Il tipo che è appena passato li aveva. Anzi, è pure tornato indietro alla macchina per prenderli.
"Io che faccio?
No, ragazzi... Oggi restate qui! Oggi faccio da solo!"

Il primo ristoro e la discesa volante
Il primo ristoro arriva dopo la prima lunghissima, ripidissima, boscosissima, salita. In poco meno di 10 chilometri si sono fatti circa 1.100 metri di dislivello positivo. Il ristoro è gradito come un autogrill in un giorno di ferragosto in cui ti sei fatto dieci chilometri di fila con l´aria condizionata rotta; è organizzato, e alla grande, dai gestori del Rifugio del Montanaro. Bel tavolino sotto fresche frasche boscose, c´è ogni ben di dio: dai biscotti alle noccioline; dalla ciccolata alle banane; e, soprattutto.... Birra Moretti fresca! "Uoooooo! Non ci credo..." Standing ovation.
"A me la birra, per favore!"
Un tipo che stava in disparte assiste alla scena ed esclama "ohh... Finalmente! Sei il primo a chiederla! Ne sono passati una decina e quasi neanche si sono fermati... Allora se vieni anche il prossimo anno ti facciamo trovare Tequila e Mohito! D´accordo?"
Io dico "d´accordo!" Ma poi anche... "Come dieci... Solo dieci? Sei sicuro?"
Lui risponde "sì, stai andando forte! Complimenti!"
È in quei momenti che, consapevole che il tuo status quo sia quello della metà classifica, cominci a credere di aver fatto il passo più lungo della gamba, di aver speso più di quello che avresti dovuto spendere e che, da lì in poi, sarà solo un lento e doloroso calvario in cui, ormai sfinito, ti vedrai passare da uomini e donne più in palla di te, più amministratori di te, più "ragionieri" di te.
Con questi pensieri, ringrazio, saluto e me ne vado giù per la discesa nel bellissimo bosco di ontani (o larici?); insomma un bosco. La strada è poco ripida, pulita e ricoperta da un sottile strato di foglie. Qui si può correre! Correre... Con la birra in corpo, più che correre, volo!
Leggo 4´/km sul gps, in un tratto addirittura 3´55", poi 3´40" e prendo una storta su un tratto più scosceso e mi convinco che non sia una buona idea leggere i dati di navigazione in quei frangenti... Volo talmente bene che raggiungo uno dei primi dieci astemi e devo attivare i retrorazzi per non travolgerlo. Il tentativo di frenata dura giusto il tempo per trasformarsi in un tuffo a bomba con il nobile intento di non tamponarlo, e finisco rivinosamente a terra con un´abrasione di buon livello sulla chiappa sinistra.
L´astemio si ferma e si volta per capire l´entità del danno. Io mi rialzo e dico "tutto ok! Stiamo andando benissimo! Vai pure!" e si ricomincia la lunga discesa veloce fino alla biforcazione tra 52km e la 23.
Qui ho il fermo immagine di uno dei primi 9 astemi che mettete la freccia e, con mia grande sorpresa e anche del quasi tamponato, svolta a destra in discesa per il percorso breve invece di procedere con noi sul lungo: "mah... Boh... Ma che cacchio fa?"
Poi trovo il lato positivo della faccenda "Va be´, cavoli suoi... adesso sono nono..."
Un altro attimo di trascurabile felicità.

La lunga discesa bella e brutta
È la discesa che segue il Ristoro della Focus e l´Altipiano ingiallito. È una lunga forestale quasi pianeggiante: una lunga dolce bianca e leggera discesa. Le sue curve morbide a destra e poi a sinistra, accarezzano dolcemente il profilo del monte e fanno venire voglia di farla a tutta in mountainbike, questa discesa-strada bianca infinita. Sì, è vero, qui si può correre. Ma non riesco a correre bene: sono stanco e non muovo il passo medio a più di 5´30" a chilometro.
A dire il vero, a tratti, mi viene il dubbio di aver sbagliato strada perchè sono solo come un cane (oppure solo come un cane solo) da diversi minuti e neanche qui abbondano le fascine segnaletiche. Quando ne trovo una sono felice, quando non la trovo, preoccupato. Così, lento felice e preoccupato a intermittenza, procedo con cauto ottimismo verso valle, e vedo passare il cartello dei 30 chilometri e con il lento scorrere dei minuti sento il "bip" del gps di quelli successivi: 31, 32, eccetera.
Poi mi raggiunge e sorpassa un altro Longilineo. Se fossero qui con me i mie amici Valerio e Giovanni (compagni di sofferenze per 85km nel Tuscany Crossing Val d´Orcia) lo avremmo sicuramente "battezzato" il Ragioniere, questo qui. Magro e slanciato, dotato di bastoncini, occhiali da vista e capelli tanto in ordine da sembrare appena uscito dal parrucchiere, il Ragioniere mi passa senza salutare lasciandomi l´immagine delle sue terga, del suo zainetto e dei suoi calzini booster. Di lui invidio subito il passo agile e leggero.
Dopo il passaggio del Ragioniere mi convinco di essere troppo lento per essere in discesa su una strada così facile e da qualche parte della calotta cranica parte una reazione neuroendocrina che si manifesta sottoforma di botta di orgoglio. A fatica mi porto sui 5´ a chilometro e poco dopo mi sembra anche di stare meglio. Ringrazio il Ragioniere e vado avanti.
Proseguo così per lunghi tratti di bosco e poi arriva una collina aperta e mostra tutta la bellezza di questi Appennini. Sembra di essere di nuovo lungo il percorso del Passatore, solo che là eravamo sull´asfalto mentre qui siamo su sterrato ma tutto intorno, sia qui che là, è più o meno lo stesso piacevole motivo: profili dolci di verde a perdita d´occhio e l´azzurro del cielo. Forse siamo a 35km. L´obiettivo adesso è il 40esimo chilometro e il ristoro dei 40; e poi il Ponte Sospeso... Testa di nuovo sulla strada e ricomincio a correre.

Le super donne
Non che arrivare dopo una donna lo consideri disonorevole e neanche una novità ma, durante questa gara me ne sono capitate tre di queste qui: gli ultimi tre sorpassi li ho subiti da tre donne. "Capitate" nel senso che me le sono sentite arrivare alle spalle, le ho viste affiancarmi ciascuna con il suo stile, e poi distaccarmi e lasciarmi sul posto a fare i conti con la domanda a cui ormai credo di poter dare una risposta: nell´Ultramaratona, le donne, in proporzione (ma spesso anche alla pari), sono più forti degli uomini?
La mia teoria è che abbiano una specie di predisposizione genetica: tipo una qualche forma ancestrale di maggiore attitudine alla fatica prolungata (Resistenza? Resilienza?). E, forse, almeno rispetto a me, una maggiore capacità di amministrare le risorse nel corso delle gare lunghe. Credo abbiano un software dedicato a faccende di questo tipo: come un frullato concentrato mescolato di vari ingredienti come genetica, gestione consapevole e istinto conservativo (qualcosa in contrapposizione a caratteristiche più tipicamente androgene come istintività, impulsività, improvvisazione in base alla giornata, alle condizioni esterne e al giramento di coglioni del momento).
Col tempo, osservando come corrono le donne, e cercando di assorbire per osmosi inversa la loro tecnica di gestione della corsa, mi sono anche tolto delle soddisfazioni. Non che abbia mai vinto qualcosa correndo ma semplicemente, cercando di adottare la loro capacità di gestione e amministrazione delle risorse, mi sono accorto di aver ottenuto più piacere nel correre durante tutta la gara: partire piano e - se ce n´è - accelerare dopo; per stare meglio dall´inizio alla fine. Esperienze fantastiche!
Così, anche oggi, qui a S. Marcello, una volta arrivato al traguardo, recuperata una respirazione e una frequenza cardiaca di conforto, mi sono messo a rimuginare sulla gara e ho messo altre tre illustri pedine a suffragio della mia teoria.
Riavvolgendo e riguardando avanti veloce il nastro della gara, oggi ho trovato e catalogato altre tre ultramaratonete (o ultratrailers ) che confermano la mia regola; in ordine di sorpasso: Gonnellinobiondo, Gonnellinoconspallatatuata e Ragazzafischiante. Educata la prima, materna la seconda, irritante la terza.
Di ciascuna di loro dirò qualcosa di più qui di seguito.
Però... Calma! Le lettrici ultra aspiranti che si trovino a leggere di queste mie osservazioni non eccedano adesso nel facile entusiasmo! Tutto dipende sempre, e soprattutto, da un buon livello di allenamento!
Con un collega di corse, e anche lui attento osservatore di aspetti legati alla corsa, abbiamo individuato tre assiomi da tenere sempre in considerazione per evitare delusioni ed errori di autovalutazione; ovvietà, a pensarci bene, ma sempre utili per ricordarsi che 10, 20, 50 o 100 chilometri, meritano sempre e comunque rispetto e cura:
1) nella Corsa non si inventa niente;
2) nella Corsa nessuno regala niente a nessuno;
3) nella Corsa non si vive di rendita.
A una certa età, a certi ritmi, e su certe distanze... riuscire a correre nella felicità significa aver passato, a monte, ore e ore a spaccarsi la schiena insieme a due scomodi compagni che si chiamano fatica e sudore; e macinato chilometri e chilometri, talvolta anche provanti e scoraggianti, dove la felicità di correre sembrava un´altra dimensione ormai non più raggiungibile.
Si può fare tutto, ci mancherebbe altro... ma con rispetto e cura!

Gonnellinobiondo. Sorpassasso n. 1
Gonnellinobiondo mi arriva alle terga dopo il tratto corribile di lunga strada bianca forestale. Siamo nel bosco in discesa e, adesso, il sentiero è impegnativo (almeno per me, cagionevole di caviglie): rocce, tratti sconnessi, rami secchi di albero da saltare o evitare con perizia certosina, come faccio io; oppure da spezzare calpestandoli, come sento fare a Lei; anche se in questa fase mica lo so ancora che è una Lei.
Di lei, per l´appunto, ricordo gli inquietanti crok che provenienti da un punto indefinito alle mie spalle. Ogni tanto sentivo uno di quei crok (o un crak) e pensavo di vedermi arrivare da un momento all´altro un altro missile guastafeste che mi piombava da dietro ma, quando mi voltavo... niente: non c´era nessuno. Prima una volta, poi una seconda; poi ancora una terza. Nulla!
"Forse un fantasma? Un cinghiale? O magari allucinazioni? È reale o è frutto della mia immaginazione e della stanchezza?"
Pochi altri passi certosini e qualche altro crik-crok-crak e, a un certo punto, eccola materializzarsi... "Il fantasma o il cinghiale assassino che si ,adesso sono vicini."
"Altro che se è vicino... e viaggia ancora parecchio bene, porca miseria...": i crok e i crak adesso sono molto più forti e molto più frequenti.
"Eccolo quest´altro Mr X; mi sta per superare..."
"Eccolo che arriva il fantasma calpestatore... Eccolo qui a fianco... È vicinissimo! È più forte di me... Fanculo..."
Sotto sotto lo sapevo che era un avversario a caccia di me e che non era un cinghiale o un fantasma ma - con rispetto - pensavo fosse un avversario, e non una... avversaria-a.
Ad essere sincero ci rimango un po´ male quando me la vedo apparire; giusto una punta di ingiustificato orgoglio maschile.
D´altronde era già un po´ che correvo in perfetta solitudine e pensavo di aver ormai trovato la mia legittima e definitiva collocazione, la mia ultracomfort bubble: nessuno più da poter riuscire raggiungere e nessuno che mi avrebbe più raggiunto fino al traguardo.
Ma Gonnellinobiondo era lì per confermarmi ancora una volta la mia teoria sugli "UltraGonnellini": la forza, il controllo consapevole e l´invidiabile capacità di amministrazione energetica misurata al millimetro di queste "macchine" perfette per la corsa di resistenza.
Solo un chilometro prima ero lì a crogiolarmi nel pensiero che dodicesimo o tredicesimo non fosse affatto male e, a sorpresa, mi vedo comparire una specie di Steffy Graaf in miniatura. Passo costante e deciso. Sguardo concentrato ma sereno.
Neanche sembra affaticata. Forse neanche sta sudando... Mi affianca e io dico "ciao", e le risponde "ciao". "Questa è una professionista del Settore. Si vede dall´aspetto!"
Lo vedi dal passo, dalla apparente e pressoché totale assenza di fatica sul volto e anche nelle movenze che è gente tosta quella come questa "Steffy"; ma lo vedi anche dal look: non mi ricordo bene ma mi dava l´idea del tipo da che sfoggia Salomon Lab o Team Tecnica dalla testa ai piedi. Gente allergica - ma non superba o sborona! - alla modesta e più economica Kalenji.
Ma poi, col suo passo fantastico e il suo look super professionale, sparisce lasciandomi in preda alla piu caratteristica frustrazione da sorpasso... "Va be´ è più forte... E io ho già fatto assai... e sicuramente è l´ultimo sorpasso che subisco fino al traguardo... Su con la vita! Mancheranno una quindicina di km al massimo..."

Gonnellinoconspallatatuata. Sorpasso n. 2
Popiglio - frazione di Piteglio. L´ho sempre letto il cartello che recitava questo micro scioglilingua; tipo quando leggi senza pensare o quando guardi senza vedere. Tutte le volte che passo dalla SS. 12 in direzione Abetone, a un certo punto, arriva il cartello Popiglio... e il pensiero che risponde da solo in automatico "frazione di Piteglio".
Dunque Popiglio esiste davvero! E ci sono passato per davvero; a piedi, camminando, durante il mio Trail del Montanaro.
Popiglio è talmente in salita che, per onestà intellettuale, i cartelli segnaletici di questo paesino dovrebbero metterli in diagonale più che perpendicolari rispetto alla strada.
Finita la strada, prima in discesa e poi di nuovo in salita nel bosco, mi ritrovo in questo paesino fatto di case di pietra grigia, di finestrine di legno con le tendine ricamate e di vasi di gerani rigogliosi e colorati sui davanzali. La strada è lastricata di pietre, le stesse con cui sono fatti i muri possenti di queste casette, e le macchine degli abitanti sono parcheggiate quasi in verticale sulla ripidissima salita. "Ma come fanno a non ribaltarsi queste macchine? Le hanno incollate alla strada? O hanno messo degli ancoraggi per tenerle ferme?"
Quando arrivo a Popiglio è ora di pranzo. Il Paese è deserto. Io cammino e arranco sulle pietre della via principale, lottando con tutte le mie forze contro cotanta pendenza e, mentre mi vedo sfilare ai lati degli occhi portoni e finestre, riesco a immaginare la gente dentro a queste case, a tavola con le lasagne, il pollo arrosto, il vino, le paste della domenica e lo spumante. Figli, mamme e babbi, zii, nipoti, nonni; tutti insieme. Loro lì dentro e noi qui fuori. Al sole. In salita. A faticare... "Ma chi ce lo fa fare!?"
Un signore è uscito di casa. Ha il cane al guinzaglio ma forse è solo la scusa per uscire a fumarsi la sigaretta che tanto desiderava mentre se ne stava a tavola con disinteresse. Ha l´aria di quello a cui, più che altro, interessava fumarsi da solo questa benedetta sigaretta; più delle lasagne, più delle paste, più delle chiacchiere sui malanni o le sventure di questo e di quello.
Dico "buongiorno..." Lui risponde senza togliersi la sigaretta di bocca con un cenno del capo ma credo sia più di compassione che di stima.
Poco dopo sento un eco di passi; non capisco se siano i miei, che rimbombano tra i muri delle case in queste strade deserte, o se siano di un altro disgraziato o di un´altra disgraziata che è qui, come me, a durare fatica vera, di domenica pomeriggio, a Popiglio... frazione in salita di Piteglio.
"Eccola che arriva". È la ragazza con mezzo gonnellino fucsia e mezzo nero. Stamattina alla partenza faceva stratching e mi era rimasta impressa; eravamo pochi, d´altronde. E poi era lì piegata davanti a me con il gonnellino e tutto il resto... Sono particolari che si ricordano, questi.
"Si è lei. Ha il tatuaggio di non so cosa sulla spalla sinistra. Sembra che abbia anche il mascara e neanche le si è scomposto... È l´immagine della freschezza-nonostante. Nonostante il caldo, la salita e i chilometri percorsi. E io... Non ho il mascara e non sono fresco come lei."
Adesso siamo su un tratto di pianura e, anche se mi ha passato, mossa a compassione e buon cuore: si volta per dirmi "dai... Forza! Corriamo un po´... Manca poco!"
Io la seguo, è orgoglio più che voglia; e mi rimetto a correre con uno scatto agile come quello di autoarticolato a pieno carico che parte da fermo al semaforo verde. Lei, invece, è leggera e ancora fresca nella sua corsa. Quando entriamo nel bosco e inizia la discesa mi si trasforma in un ninja col gonnellino e il tatuaggio non so di cosa sulla spalla e addio... Puff... Sparita nel nulla. "Addio Gonnellinoconspallatatuata... Grazie per l´incoraggiamento e arrivederci all´arrivo."

Il ponte sospeso e la ricerca dello scollinamento perduto
Insieme all´immagine del sorpasso n. 2 che scompare all´orizzonte finisce anche il tratto di discesa ripida nel bosco. Questa parte di tracciato ha tutta l´aria di essere stata fatta appositamente per questo trail: pendio dritto per dritto, discesa per discesa, ripulita e disboscata di fresco come se fosse un tratto di raccordo allestito last minute tra quello che sta prima e quello che sto per raggiungere. "Ecco che arriva la SS.12 dell´Abetone e del Brennero... Questa la conosco bene..."
Esco dalle fronde boschive come un animale selvatico mentre un volontario esclama "...ne arriva un altro... Ferma le macchine!"
Attraverso la SS. 12 e scavalco impacciato e dolorante il guard rail per raggiungere il sentierino che, poco sotto, porta al Ponte Sospeso. Sento Gonnellinoconspallatatuata che urla "Scusateeeeee... Permessoooo... Scusate! Permesso!"
A forza di scusate e permessi si fa largo lungo il suggestivo ponte sospeso - io la vedo dall´alto -. Lei cerca di correre ma i turisti non correnti-non concorrenti non le concedano particolari premure e/o diritti di precedenza: credo che nessuno di loro, distrattamente lì per una gita domenicale di fine settembre, abbia minimamente capito che sta intralciando il tratto più stretto di una gara podistica e, anche se l´avesse intuito, mi pare che non gliene freghi assolutamente un c... Niente, insomma.
Quando io arrivo all´inizio del Ponte, Gonnellino è già a metà. Tra me e lei ci sono circa dieci persone intente a camminare con le mani sui cavi come se stessero camminando su una precaria scala in alluminio piazzata lì da qualche sherpa sui crepacci della seraccata di accesso alla vetta del Monte Everest: si fermano e poi procedono come lumache più prudenti della media; poi si rifermano e via così come se fosse uno schema studiato a tavolino per rompere le palle. Qualcuno si fa perfino il selfie sospeso del secolo e qualcun´altro dei sospesi parla anche al telefono "oh... Siamo sul ponte sospeso... Dooooondoooolaaa tuuutttoooo..."
"Per forza che dondola tutto, porcatroia: ci siamo noi a correrci sopra... Ci fate passare, per favore?"
Raggiungo un babbo tripadre, come me; è vispo e altruista e capisce subito la mia situazione e, con solerte solidarietà, mi fa strada; poi chiama all´ordine i tre figli, poco più avanti, che si voltano e, con bocche e occhioni spalancati, si schiacciano come tre sogliole contro il reticolato metallico come se si fossero resi conto dell´improvviso sopraggiungere di Bammble B dei Transformers o di Steve Rogers (Capitan America) in persona.
Poi procedo verso una doppia coppia: lui, l´amico di lui, e le reciproche fidanzate.
Trentenni sedentari e un po´ sovrappeso per tre quarti ma il quarto quarto è assai diverso (diversa!)... ed è l´ultimo ostacolo da superare per raggiungere l´altra sponda del piccolo canyon... Un culo tanto inatteso quanto galattico mi si palesa a poche decine di metri... Attimi di trascurabile felicità.
Lei mi da le spalle ma, ora come ora, non mi dispiace affatto che me le dia. Credo sia intenta a wuozzappare o a postare qualcosa, forse l´ultimo selfie del secolo sul Ponte Sospeso.
Dico "scusa... permesso..." Ma lei sembra sorda e immune al fascino dello Steve Rogers dei poveri alle sue spalle: non mi sente; non mi calcola affatto... Per lei non esisto proprio.
La raggiungo. Le tocco una spalla e dico "scusa..."
Lei si gira - "cacchio... carina anche davanti..." - e diventa rossa come un peperone e mi dice solo "scusa... Non ti avevo sentito... "
Io rispondo "in altre circostanze ci sarei rimasto fino a stasera lì dietro ma sai com´è... Sto facendo una gara... Quindi ti scuso e ti saluto... Vado! Ciao!"
Lei saluta ma mi ha già dimenticato e cancellato dal suo orizzonte spaziotemporale.
Adesso sono sulla Terraferma. "Ciao Culosospeso. Addio...".
C´è un Rondaghibellina che aspetta i suoi compagni di squadra o qualche conoscente poco dopo il ponte. Gli chiedo a che chilometro siamo perché non tornano i conti tra segnali chilometrici e dati del gps. Lui dice "quarantasettesimo", poi fa una pausa e riprende... "...ma ora lo sai cosa ti aspetta..." e mi sintonizza senza volere sul canale brutti pensieri.
"Che cacchio dovrei sapere? Perché ha detto così? Siamo a circa 2000metri di dislivello fatto... Ne mancheranno massimo 400... Che sarà mai? Perché ha detto così?" Eccetera eccetera; ripetuto in loop varie volte.
In effetti si sale e allora, per ammazzare il tempo, mi invento il gioco di "affonda il dislivello". Funziona così: so per certo - l´ho letto ovunque - che il dislivello totale di questa gara e 2.350 metri; ora, siccome sono quasi a 2.000, se ogni tanto o ogni poco guardo il conteggiatore di dislivello totale e vedo che è arrivato a 2.350, il gioco è fatto: a quel punto io avrò vinto e, finalmente, certamente... comincerà la tanto desiderata discesa finale.
Un cacchio... Quando leggo 2.350 e alzo la testa, davanti a me vedo solo un sentiero in salita che prosegue nel bosco e neanche riesco a vederne la fine. Depressione. Sconforto. Il contatore di metri di dislivello si fermerà solo tra un altro po´, a quota 2.530...
"E ora... Porcatroia... è davvero tutta discesa!" Felicità.
Cammino, corricchio quando posso e, all´improvviso, sento un fischio. "Che cacchio è?"
Mi metto in ascolto. Poi un altro fischio...

Ragazzafischiante. Sorpasso n. 3
Il terzo fischio è preceduto e seguito da vari crik e da vari crak: è una gonnellino ma senza gonnellino - ha leggins neri! -, e questo fischio fastidioso che annuncia il suo arrivo e anche il sorpasso col gonnellino numero tre.
Prima di accorgermi che è una Lei, pensando che sia un Lui, mi viene voglia di accoglierlo con un "oh... che c... hai da fischiare, fenomeno?"
Poi mi metto a fare altre ipotesi meno belligeranti... "E se fosse un uccello fischiante tipico di queste parti? Una marmotta sciroccata? Uno scoiattolo con l´asma?"
Quando vedo che è una Lei decido di soprassedere: la lascio passare e mi rassegno al terzo sorpasso col gonnellino (anche se non ha il gonnellino).
"Vai, vai... Machittesenc..."
Finisce il bosco. Lei svolta a destra e comincia la strada che ci porterà in paese.
Sempre più legittima, meritata, vera... Felicità.

L´arrivo (i contrastanti pensieri dell´ultimo chilometro e mezzo)
- "...va bene, mi hai ripreso, sorpassato e umiliato e so che questo ti ha fatto sentire forte e stare bene. Alla fine del sentiero quel tipo ci ha detto "manca solo un chilometro e mezzo e la strada è buona" e io ho pensato "ora la riprendo e me la lascio dietro, costi quel che costi...". Questo ho pensato. È l´orgoglio più che altro; niente di personale. E poi quel fischio cosa vuol dire? Cosa mi volevi dire con quel fischio?
Ormai stiamo correndo in discesa da mezzo chilometro almeno. Bella questa strada, veramente buona. Aveva ragione il tipo.
Il bosco, con tutte le sue insidie, è ormai lontano. Ma perché non mi sto avvicinando? Perché sei ancora laggiù lontana che corri leggera e veloce? Perché mi fanno male le gambe e sembra che non vogliano accelerare neanche con l´aiuto della forza di gravità?
Va bene, ho capito: sei più forte di me; più giovane di me; più veloce di me. È giusto che tu vada a prenderti questa medaglia: tu sarai dodicesima o tredicesima, a sentire cosa ci hanno detto gli addetti ai lavori, e io sarò giusto una sola posizione dopo di te, lo accetto.
Mi accontento. Vai! Vola!.. con quel fischio irriverente.
Questo dovrebbe essere l´ultimo... E ora, finalmente, sono finiti i tornanti di questa strada mezza asfaltata e mezza sterrata, e il paese si avvicina sempre di più. Eccolo lì sotto.
Lo senti il rumore dell´arrivo? La voce del microfono che annuncia chi ci precede ed è appena arrivato? Siamo vicini, ormai; è finita!
Ecco il viale alberato che abbiamo fatto stamattina in salita e in senso opposto... Scommetto che lo riconosci anche te. Sei sempre veloce, non ce la faccio proprio a riprenderti. Cacchio che forza che hai... Pazienza.
Ecco la fine della discesa, siamo in paese, due ragazzine si complimentano con noi - prima con te e poi con me... "Bravissimo... Qui a sinistra poi sempre a dritto!" -. Vado meglio adesso: sono più sciolto, più fluido, più veloce.
Si chiama Via Roma questa strada - lo scoprirò domani sul google maps -, ed è in leggera salita... Te ne sei accorta, vero? Ti guardo e in un attimo si rovescia la situazione.
E ora cosa fai, Ragazzafischiante? Mi sbaglio o stai rallentando? A parer mio mancheranno gli ultimi 500 metri e tu stai rallentando, e anche tanto, forse troppo...
Stai male?
Vedo che ti avvicini a vista d´occhio. Oppure hai solo mollato perché non mi vedi e non mi senti con questo casino di suoni, di voci amplificate, di applausi e di urli di gioia?
La frustrazione di essere stato la tua preda, prima braccata e poi catturata, adesso si trasforma in fame di vendetta: sei tu ora la preda, Ragazzafischiante! E io, adesso, sono il predatore.
Sento nuova energia nelle gambe, il gps adesso dice passo 4´15".... Incredibile!
Svolti a destra per entrare nella corsia di arrivo e adesso sono veramente vicino...
In un lampo svolto a destra anch´io.
Ora ci separano forse 20 metri e ne restano forse 150 al traguardo e sei sempre lenta, il tuo galoppo è diventato un piccolo trotto.
Adesso sono un falco pellegrino in picchiata - lo sai che raggiungono i 320km/h quando si gettano a capofitto sulla preda? - e tu sei l´ignaro topolino: il mio pranzo.
Attimi di trascurabile cattiveria agonistica ma poi...
Poi, all´improvviso, ti trasformi in Alice, o forse in Sara...
Dio come sarei orgoglioso di te se tu fossi una di loro... Hai appena fatto 52km in poco più di 7 ore, lo capisci? Sei una forza! E sei lì davanti a me con tutto il merito che ti sei guadagnata dalla partenza a qui.
Mentre il pensiero mi passa per la testa, in automatico ho già rallentato; tanto tu non te ne accorgerai. Non è per farti un favore ma perché il tuo valore lo hai dimostrato in questi 50km e non saranno i miei cento metri a intaccarlo: che arrivi un secondo prima o un secondo dopo di te, sei sempre fortissima - anche se hai questo fischio che dà veramente ai nervi - e allora vai prima te! Prima di me!
Se fossi il tuo babbo sarei orgogliosissimo di te. Porcatroia se lo sarei...
Sei veramente in gamba, Ragazzachefischia!
Vatti a prendere questa medaglia prima della mia!"

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ndr: è tornato il nostro Enrico .. Hasta Macondo!

Fonte: Enrico Marchetti
fabio 22-09-2016
ristofocus
Ciao; sono il gestore del ristoro "ristofocus". In verotà la macchina era ed è una Peugeot 306 familiare. Mi sembrava giusto renderle onore al nome. Il tuo articolo è spassoso e piacevolissimo da leggere. Saluti, Fabio Nesti



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