28 Settembre 2020

La vera storia dei fantastici sei che volevano andare a correre sui monti nella notte e ....

28-10-2014 07:52 - Mondo Trail, Ultra, Sky ed Extreme!
"La vera storia dei fantastici sei che volevano andare a correre sui monti nella notte e si ritrovarono, sui monti, nella notte, ad andare a "kurve"; che, in polacco, vuol dire "mignotte"

24 ottobre. Caprona. Prove tecniche d´autunno ma non troppo, e prove di corsa a fari spenti nella notte; ma non troppo: magari siamo anche un po´ borderline ma abbiamo lampade frontali per vincere il buio; e anche per poter rispondere così - deh bello, un ci s´ ha mi´a una puppa vì (in fronte)... ci s´ ha ´na frontale...- a chi, tante volte, ci dovesse obiettare: no deh... ma siete matti?
Ore 19:50. Come al solito sono in ritardo. Devo portare Alice da una amica e raggiungere gli altri. Metto le mani avanti? Meglio avvertire? Perché faccio sempre tardi?

Mentre cerco risposte, cerco anche il miglior disimpegno agile e creativo nel traffico cittadino: devo solo attraversare la città all´ora di punta. Un gioco da ragazzi, se solo fossi in moto... In macchina, invece, è una moderna tortura medievale per i testicoli, soprattutto per uno che, in capo all´anno, è abituato a fare più chilometri in moto che in macchina.

Comincia a sembrarmi un pochino tardi. Forse faccio tardi. Cacchio, no... non me lo ricordavo; ci mancava anche vesta: la spia del carburante è disperatamente arancione fosforescente da un paio di giorni e non sa più cosa fare per farsi notare; in suo aiuto, il computer di bordo, che ha la possibilità di parlare sul monitor digitale, mi rammenta il piccolo particolare ormai non del tutto trascurabile - livello carburante scarso -. Devo fare anche gasolio... Dico cacchio, avverto i compari, mi fermo e rifornisco.

Problema risolto. Di nuovo nel traffico.

Sistemo la figlia dall´amica - problema risolto -; e riparto.
Ok, è ufficiale: se questa fila non si smuove farò indubbiamente tardi.
Poi, poco per volta, l´ingorgo si fluidifica e sento che posso tentare il recupero. Rotatoria del CNR. Libero... Volo! - Cacchio... due minuti all´ora X... non sono neanche troppo in ritardo: ho visto di peggio... ce la faccio! -.

Il ritrovo è al parcheggio Aci, come sempre. Me lo vedo scorrere sulla sinistra mentre sto arrivando al rendezvouz.
Gira e rigira, ci si trova sempre qui. Qui... mille ricordi si accavallano: sono i ricordi di saluti, baci e abbracci, partenze, arrivi, addii, facce, sorrisi e carovane di amici e compagni di tante avventure che popolano la mente e animano questo luogo così ameno, riempiendolo di virtuali gradite presenze. Se chiudo gli occhi mi sembra di vederli e di sentirli: così non è più tanto ameno questo posto di merda.
Avvicinandomi ancora, in lontananza, vedo anche due facce che sono felice di vedere, l´accoppiata Damiani - Battaglia, e queste non sono virtuali. Quando, poco dopo, arriva anche Viviana, siamo tutti e, a conti fatti, siamo pochi; ma direi anche buoni. Alessio, Mario, Viviana, Francesca e Valentina; e il Capraia ovviamente.

Il bello di avere sette posti in macchina è che, in casi come questo, si parte tutti insieme; e il trip comincia appena giro la chiave di accensione. Come dice Alessio, Caronte di questo mistico viaggio nell´oscurità... "rokkenroll!" Si parte!

Arrivati a Caprona, lasciata la Capraia Mobile sotto l´omonima Torre (di Caprona, non di Capraia!) che, seriosa e maestosa, ci guarda dall´alto; come improbabili supereroi di strada - ma anche di sentiero -, in riti molto solenni ma anche no, si completano le vestizioni, si provvede al montaggio dei componenti e, per i very cultory del genere... si procede anche alla sacra funzione dei selfie d´ordinanza. Poi si parte per davvero. Era l´ora deh...

Poca strada asfaltata. Poi sterrato. Salita. Il buio. Le lampade frontali illuminano il cammino creando nuove prospettive, riducendo l´orizzonte e l´universo conosciuto a poche decine di metri tutto intorno. È il momento in cui ti parte il kapovoto - e di nuovo ma più che mai... rokkenroll! -: correre a kapovoto vuol dire accontentarsi, bastarsi, accorgersi di quanto poco possa bastarti per comprendere veramente che si può stare bene anche con niente; a volte con poche persone; altre ancora anche da soli.
Partendo si rideva su quali e quante più o meno utili cazzate, a volte, capita di fare prima di partire per una corsa anche tranquilla come quella di oggi: ricerca segnale gps garmin, accensione cardio, azzeramento cardio, avvio app tipo runtastic o simili, reset e avvio cronometro e, talvolta, perché no... anche la go-pro...

> >> Mavafangullllll... Stasera io ho solo la frontale e mezzo litro di acqua aromatizzata con miele e limone (il "gatoreid" dei poveri di Capraia); e mi pare sia più che sufficiente. Ma che cacchio mi manca?
> >> In questi momenti, se ci rimugini un attimo, ti accorgi sul serio che il passato è storia, che il futuro è un mistero e che il presente è un dono per davvero... ed è proprio per questo che lo chiamano presente (questo lo dice il Maestro Oogwai di Kung Fu Panda, ma nessuno può dire che non sia vero per davvero); e, in casi come quello di stasera, mi sa anche che sia veramente uno dei migliori regali che avrei potuto farmi.

> >> Grazie Sbrana che hai proposto, e bravo Capraia che hai raccolto l´invito.
> >> Tuttavia, tornandoci un attimo con la mente, riscontro subito che è un kapovoto atipico quello di stasera; diverso dal loop piacevole ma monotematico che ho già sperimentato sulla strada: quando per esempio mi è capitato di trovare il mio passo, di ficcarmi a tuffo nella mia comoda bolla di conforto e, lì, ho finalmente chiuso tutti i contatti col mondo esterno per qualche ora e per un po´ di chilometri; e, correndo senza accorgermi di correre, ho abbandonato la mente a una deriva solo mia fatta di un oceano di bei ricordi e di graditi pensieri: un Nirvana; un mistico giardino dell´Eden fatto della stessa materia della pace e della serenità che richiedo.

> >> Qui, invece, in questa insidiosa oscurità, un po´ come un veliero non del tutto in balia di correnti ingannatrici, capita anche di scarrocciare nel tuo mistico interiore, ma una parte di te, proprio perché percepisce la presenza nascosta del possibile inganno, rimane sempre vigile e saldamente aggrappata al contingente: attenzione; massima attenzione!.. è quello che ti ricordi, ti rammenti, ti ricordi di rammentarti in continuazione: di fare... sempre... molta... attenzione.
> >> È il moschettone invisibile che ti assicura con una corda invisibile alla tua incolumità, alla preservazione di ogni tua parte; e ti rassicura.

> >> Mi sembra che correre così generi una sorta di esaltazione/purificazione del benessere tipico della corsa perché, in queste condizioni, lo percepisci come condizione più fragile e meno garantita di quando corri alla luce del sole; quindi lo apprezzi molto di più. È un benessere più fragile e più prezioso: "la fragilità del cristallo non è una debolezza, ma una raffinatezza", (da Into the wild).
> >> Qui ogni passo diventa importante. Ogni appoggio del piede deve essere ragionevolmente approvato da te stesso. Frazioni di secondo, in cui vai a ritrovare la parte di te più preistorica, primitiva e istintiva; attimi in cui dialoghi seriamente con ogni tuo apparato alla ricerca della scelta migliore per il prossimo contatto col suolo: postura, equilibrio... tallone, pianta, punta, oppure viceversa; addominali in tensione, braccia larghe in discesa, un salto, un tratto dove affondi nel fango... respiro, una piccola storta - Coglione! Attento! Rallenta! Non ti distrarre...-.
> >> È un kapovoto ma è un kapovoto atipico e non solo per questo; ad esempio perché, in queste condizioni, è preferibile non correre da soli: i più veloci si staccano dai più lenti - regolare - ma poi si fermano e, se è il caso, tornano indietro per recuperare chi si attarda viaggiando a un ritmo più blando. A differenza della corsa su strada, dove spesso si parte insieme e si corre soli, qui le condizioni ambientali decisamente più insidiose e truffaldine rispetto al pianeggiante tappeto grigio dell´asfalto richiedono di essere tutti d´accordo sul mantenimento compatto del plotone errante per garantire il più possibile l´incolumità di tutti. È vero, chi ha più gamba si sacrifica un po´; chi ne ha meno è preda di dubbi angosciosi e di rammarico per il timore di rallentare gli altri; ma, almeno stasera, tutto questo poco importa e questa armonica sintonia di passi variegati può funzionare: si parte insieme, si rimane insieme, si arriva insieme. Ci si controlla. Ci si aspetta. E ci si diverte pure: ottima Francesca quando, dopo averci fatto una foto e verificatone il risultato, dice... è venuta bene! Via... almeno per qualcosa ho anche fatto comodo.
> >> Viviana, nel frattempo, si arrampica come un camoscio. Valentina ha il suo ritmo costante. Mario e Alessio si alternano a scortare Francesca, che barcolla... ma non molla.
> >> Io, confortato dalle caviglie che sembrano stare benino, faccio quello che fa la mia cockerina Polly quando andiamo per sentieri: vado avanti e poi torno indietro; poi ancora avanti e poi ancora indietro.
> >> In maniera del tutto naturale, e grazie all´esperienza di Mario, si decide per instaurare più o meno tacitamente la regola del compattamento periodico del plotone e quella del fermarsi ad ogni deviazione per evitare dispersi.
> >> Regole riconosciute, votate all´unanimità per silenzio-assenso, e immediatamente messe in pratica da tutti.
> >> Il risultato è un bell´andare; e un bello stare: non mi sfugge un commento privato di Mario fuori dai denti "questo... è vivere veramente!"
> >> Mentre si sale cercando le traiettorie migliori, guardando verso valle, si apprezza il panorama dipinto dal buio e dalle luci arancioni dei lampioni, da quelle rosse di qualcos´altro in lontananza e da quelle bianche in movimento dei fanali delle auto - lontano dalle luci della città, in mare aperto, si vedono pure le luci di quella cacata pazzesca del rigassificatore... -; dalla parte opposta, sopra di noi, si apprezza invece il contorno accennato delle vette dei monti che a mala pena si distinguono dal cielo sovrastante; e, se poi si alza la testa e si spengono per un attimo le lampade, un meraviglioso soffitto nero e adeguatamente stellato, ci mette tutti d´accordo: non c´è un posto migliore di questo dove ognuno di noi avrebbe potuto passare questa serata.
> >> Procedendo in questo modo da Caprona verso la Rocca della Verruca, a un certo punto, proprio mentre sono davanti a tutti a fare da battistrada, un improvviso sfrondare di fronde, forse ad opera di un cinghiale, interrompe bruscamente il mio kapovoto controllato di cui sopra, e dunque la mia corsa.
> >> Mi spavento un attimo lì per lì (un salto di circa 50cm verso l´alto); che ne so che cacchio può essere... - un cinghiale, un cane, un muflone, un bue muschiato, un orso pellegrino, un bigfoot, un alieno, sounasega deh...

> >> È anche quello il bello dell´oscurità: tipo quando senti sfrondare a 5 metri di distanza, e un solo rumore inaspettato ti fa automaticamente cacare addosso e, in un millisecondo, dalla modalità "mistico kapovoto controllato concentrato", ti parte immediatamente la modalità "combatti o fuggi". Questo qui è il magnificat del ritorno alle origini! Una botta di adrenalina pazzesca!

> >> Ora, all´improvviso, sono un Capraia primitivo che fronteggia una bestia sconosciuta; forse feroce o inferocita. E pensare che, solo ieri, avevo visto un film abbastanza suggestivo dove un tipo, disperso in Alaska, si ritrova a fronteggiare corpo a corpo il capobranco di un branco di lupi e dice... "Ancora una volta nella mischia; nell´ultima battaglia che affronterò. Vivi e muori in questo giorno..."

> >> Poi, però, non essendo in Alsaka, tutto rientra e finisce a tarallucci e vino e non rimane altro che salire su alla Rocca ma, quando mi raggiunge Viviana e chiede che c´è... mica glielo dico che mi sono cacato in mano: dico tutto a posto... forse cinghiali.

> >> Dal raccordo con il sentiero per il castello, l´ascesa attraversa il bosco che si compatta sempre più intorno a noi e poi i gradoni di roccia sono gli ultimi ostacoli al nostro primo obiettivo.

> >> Varcata la soglia in pietra della fortezza, ci disperdiamo e ci ritroviamo più volte in diversi angoli all´interno delle sue mura per condividere una vista bellissima e surreale.

> >> Guardando in basso mi viene da pensare che, la maggior parte delle persone che sono adesso sotto a quelle luci di case in lontananza o dentro a quelle macchine intente ad andare chissà dove, mai e poi mai potrebbero immaginarci quassù, adesso.

> >> E, ancora una volta, e ancora di più, mi sento realmente un privilegiato e mi compiaccio di questo bacio in fronte con rincorsa lunga che Sora Fortuna m´ha regalato stasera.

> >> Grazie deh!

> >> Qualche minuto ancora, e poi, appagati appalla e altrettanto fotografati, si procede con la discesa. Qui, Viviana, Mauro e Vale si dileguano nel profondo dell´abisso oscuro verso valle; mentre io e Alessio scortiamo Francesca che, almeno inizialmente, scende alla stessa velocità e con la stessa tecnica che utilizzava la mi´ nonna Lena a ottantanni per scendere col bastone la rampa di scale di casa sua, a Bagni di Nerone. Un déjà vu.
> >> Poi però, convinta, persuasa, geneticamente modificata, dai nostri incitamenti supercazzola - e fiutando il rischio di disperdersi nella macchia, quando io e il mio compare spengiamo le nostre frontali e facciamo silenzio -, lemme lemme si fluidifica nei movimenti e riacquista decenza nelle sue traslazioni boschive notturne.
> >> Al raccordo con il sentiero che scende a Montemagno si riprende un ritmo di discesa decente. Qui capita di scambiare con Viviana qualche battuta su possibili fantasticabili ma anche realizzabili cammini da fare, di chiacchierare di alta montagna e dei libri di Krakauer che ho letto; in realtà sono io che la sommergo di discorsi su questi mezzi eroi e mezzi deficienti con tutte quante le loro dicotomie e i loro tormenti perché lasciavano per mesi a casa fidanzate, moglie e a volte figlioli per rincorre un sogno che magari gli sarebbe costato la vita.

> >> E lei, dall´alto della sua trentinità di nascita, nata in un posto dove la montagna è parte integrate della tua vita come lo è per noi il mare, che dice... quel problema lì non c´è per chi si accompagna con un alpinista: lo sa da subito che dovrà dividere il compagno o la compagna con la montagna.

> >> E poi lei, a freddo la butta lì... okay, allora a quando una spedizione di trekking in Nepal fino almeno al campo base? (Che vuol dire sopra quota 5.000mt).
> >> Dico boh? Dico sarebbe bello; dico cacchio. Dico, Federico ha tre anni... forse mi ci vorranno ancora dieci anni... Dico spero che, a 53 anni, sarò ancora in buone condizioni...
> >> e poi dico bomba! Bello anche solo dirlo, pensarlo, sognarlo: sarebbe davvero bello andare a vedere e a conoscere gli uomini e le donne che si trovano al confine tra la relativa sicurezza e l´inizio del sentiero che rappresenta il sogno della vita; e, per qualcuno, anche il confine delle vita.

> >> Poi si continua a correre in discesa e, a ogni curva, io dico "kurva!" e Viviana dice che, in polacco, "kurva" vuol dire più o meno "mignotta".

> >> In parole povere siamo a "mignotte".

> >> Così ci si ferma e ci si ricompatta. Pochi secondi e arriva Francesca con Mario e Alessio: Francesca ha una briciolina sanguinante al posto del ginocchio causa fittone; d´altronde la Mancini ce l´aveva guafata ma poteva anda´ peggio.

> >> Valentina, novella dottoressa, tira fuori il suo kit da pronto soccorso e medica la povera Battaglia che, stoica, sopporta il dolore e riparte.

> >> Ci si avvicina alla conclusione e, in lontananza, si vede la Torre di caprona; tuttavia ancora piccolina, da qui.

> >> È Valentina a far notare a tutti che unsiamomiaarrivatiunasega...e anche guardatedoverimanelatorre... Qualcuno dice cacchio, qualcun altro cazzo, qualcun altro ancora dice vabbe´ deh´; e, un po´ stanchini ma mai domi, si prosegue verso Montemagno.

> >> Pian pianino lo sterrato diventa cemento e poi asfalto e si entra in paese.

> >> Qui, io e Viviana, si parte a fiamma e a kapovoto tradizionale cercando di evitare qualche auto e un camper che sale da Calci. Poi, alla madonnina di via Castellana, ci si ferma e si aspettano gli altri che arrivano nel buio come quattro alieni con le loro lucine saltellanti sulla fronte.

> >> Il resto è una marcia lenta e disciplinata in fila indiana lungo l´argine dello Zambra fino alla Capraia Mobile.

> >> Poi è il momento di accorgersi che siamo stati veramente bene e che abbiamo vissuto un´esperienza galattica. Tutti felici e tutti d´accordo.

> >> Poi in macchina; e a casa. E, a mezzanotte, doccia, cena e a nanna felici come bimbetti.


Fonte: Enrico Marchetti



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