11 Dicembre 2019
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Il Passatore del Capraia. Gli highlights

01-06-2015 23:16 - Eventi a cui partecipiamo
(Su richiesta esplicita del Maggini giusto qualche highlights, perché tutto non può essere scritto ma rimane dentro come e dove è giusto che stia per sempre.)

Firenze, 30 maggio 2015. Ore 15h.

È uno bolgia solenne quella che ci si presenta. Firenze, Via dei Calzaiuoli: centinaia di Runners di tutte le età si preparano alla partenza. Sono arrivato qui con Marco; avrebbe dovuto esserci anche Francesco ma è infortunato. Assenza importante, la sua: è quello con più esperienza e avrebbe dovuto farci da tutor e da cicerone: lui il Passatore lo conosce bene e sa bene cose c´è da fare; e anche come e quando. In sua assenza: s´improvvisa.
Francesca è venuta a salutarci con l´umiltà di una novizia del podismo che saluta dei semidei che si apprestano a un´altra impresa titanica ma sopravvaluta sia noi che l´impresa: non è una faccenda da sbrigare in un´oretta - certo... - ma con un po´ di allenamento e sufficienti motivazioni, si può portare a casa. È fattibile questa cento. Non è una passeggiata, ma si può fare.
Michele e Valerio sono nuovi amici conosciuti lungo gli ultimi 103 km in Val d´Orcia e sono qui con noi pronti per partire. Michele è qui. Valerio ancora non si trova.
Lo vado a cercare verso la linea del traguardo. Adesso ci sono sulla linea. Adesso, più che Valerio, cerco Re Calcaterra ma non lo trovo. Mi fermo. Resto immobile, ipnotizzato da un momento di emozione che mi fa dimenticare di esistere per qualche minuto. Di essere qui. Di essere in procinto di partire per la mia seconda Ultra...
Ora vedo cose che non mi aspettavo di vedere. E penso già a quando ci ripenserò. A quando magari scriverò di cosa ho visto oggi...
"Mancavano pochi minuti alla partenza del mio primo Passatore e ho visto cose incredibili prima di quella partenza... Persone incredibili."
Lo speaker dice di allontanarsi. A chi lo dice? A noi, qui, in piedi. Quindi anche a me. Quindi esisto. Quindi sono qui; ma, nonostante ci siano migliaia di persone, vedo solo loro, adesso.
Stavo cercando Valerio e invece vedo i veri eroi di oggi; uomini con il coraggio degli dei: sono atleti sdraiati o inginocchiati su bici a tre ruote che hanno le loro braccia come motore. Gente che non si arrende. Gente che vuole correre. Gente che vuole vivere. Perché correre è vivere, anche se parte del tuo corpo non risponde più... Non vive più... Gente che te la ritrovi poi lungo la strada e ti fa capire cosa vuol dire essere eroe dei giorni nostri. Qui tutto si resetta; qui i parametri e le unità di misura sono altre: non contano i soldi, non conta il prestigio, i titoli, le qualifiche... qui conta solo il coraggio e la voglia rabbiosa di scagliarsi contro la montagna che ti è caduta addosso. Scuola di vita. Scuola di coraggio. Scuola di onore e di dignità - sono questi i semidei, Francesca... mica noi! -.
Adesso partono loro. Ciao ragazzi e grazie per il vostro coraggio; io non so se sarei così forte... Vi stimo. Vi ammiro. Vi voglio bene anche se non vi conosco.
Poi, frastornato, risalgo verso valle, qualche metro più indietro trovo finalmente Valerio e lo porto da Marco e da Michele. Partiamo insieme! Cerchiamo di fare più strada possibile insieme, ok? Ma Valerio, anche se annuisce, ha negli occhi la voglia di riscatto e di vendetta che noi non abbiamo: un anno fa si è arreso all´ottantesimo per un problema muscolare e oggi vuole la sua vendetta. Gli si legge in faccia.
Manca un quarto d´ora e sembra un´infinità, qui, strippati tra tanti altri come noi. È caldo, ma non troppo. Marco mi fa notare ultra maratoneti pluri settantenni. Gente da ammirare anche questa. Poi mi dice che c´è addirittura un novantenne.
[...]
Partiti. Valerio è più veloce di tutti noi è io mi accodo, cerco di fare da collante tra lui e la coppia M&M (Marco e Michele). Mi volto e i due M non ci sono, li cerco, li trovo, li aspetto. Riparto e mi accodo di nuovo a Valerio. Mi volto e non vedo la coppia M&M. Rallento e ripeto l´operazione.
No, così non può andare: non posso fare il sarto per 100km, soprattutto se i due lembi da rammendare sono troppo distanti...
Fanculo, Valerio. Lascio andare Valerio e aspetto Marco e Michele: si va al nostro passo. Così è deciso.
Pochi metri e sono tutt´altro che pentito della scelta: raggiungiamo il Signore di 90 anni. Lo affianchiamo, è felice e sorridente e dispensa strette di mano con una lucidità e un´umiltà che sorprendono ed entusiasmano. Io è Marco ci congratuliamo con lui e lui ricambia allungando il braccio per una stretta di mano di quelle che si ricordano per tutta la vita: si chiama Walter Fagnani, ed è alla sua 42esima edizione.
Poi si procede sulla strada verso Fiesole. Adesso si sale. Io allungo e stacco la coppia M&M. Rallento. Mi fermo. Aspetto. Si riparte. Marco mi dice vai, non ti preoccupare. Dice... Marcellone mi ha detto che devo risparmiarmi... Io dico ok. Dico va bene. Dico non siamo qui per fare il tempo ma per goderci il viaggio, e ci si distrae con quello che succede intorno.
Detto fatto: arriva Culod´oro davanti a noi e non ne siamo dispiaciutissimi. Poi ribecchiamo Ferdinando e Enrico, conosciuti poco prima sul treno. Loro hanno un passo ancora più lento del nostro e, dopo qualche scambio di battute e una foto, si prosegue.
Si sale ancora sulle colline col le loro ville signorili e tutto il verde, e troviamo quello che mai ci saremmo aspettati. Un caprone con il suo accompagnatore fa bella mostra di barba, corna e pizzetto a bordo strada. Una foto con lui è d´obbligo: è questo lo spirito che abbiamo messo in conto per oggi; lo stesso di tante Tre Province e di tante Arrancate. Il tempo? Non ci interessa e, se ci interessa, è quello meteorologico ed è una bellissima giornata di sole con un cielo azzurro che il tutto sembra un dipinto di Michelangelo.
Si va al piccolo trotto ma si macinano chilometri divertendoci. Un ristoro. Cinque chilometri. Un altro ristoro. Altri cinque chilometri. Il verde delle colline. L´azzurro del cielo. Il verde della natura. E tutto il resto che profuma di sport... Siamo capitati in un posto che sembra davvero essere fatto di felicità.
[...]
Poi arriva il momento che è sera, che la strada diventa un tappeto grigio che sembra un´anaconda gigante di tornanti che serpeggia lenta tra i boschi verdi, e l´unico rumore che si sente è quello del ruscello qui sotto. Ora siamo tutti zombie e nessuno parla più con nessuno. Neanche Fataturchina, qui davanti, riesce più a incantare maschi alfa, beta e neanche più i gamma. Quando arriva la stanchezza il programma più gettonato da almeno 5km non è più gradito. Non così tanto... Eppure, a bocce ferme, la Fata deve avere vita facile col pantaloncino turchino - cosa c´è scritto? Bergamo running. - e i capelli in tinta turchina e il movimento sincronizzato ondeggiante spalle, vita, fianchi che ripete all´infinito con una grazia che qui è l´eccezione.
Non si parla, ma ci si intende anche solo con gli sguardi; anche se non si incrociano e rimangono piantati in terra fissi e paralleli a fissare il dorso dell´anaconda, e sembra che sia lei a muoversi lenta e non noi.
Poi arriva il cartello del passaggio maratona: km 42,195. Alcuni zombie lo fotografano e il click del cellulare mi fa notare che io sono uno di loro. Poi una signora che attende uno zombie che non sono io mi dice hai fame?, lo vuoi un panino e un pezzo di parmigiano? Non le dico che non lo so ma come fai a dire di no a tanta gentilezza...
Poi un altro ristoro col punto di pronto soccorso e due zombie che ci entrano dentro sparati: il tempo di varcare la soglia della tenda e due angeli in divisa giallo celeste coi guanti in lattice li hanno già trasformati in zombie al cartoccio coi teli domopak. Chissà se mollano adesso? Chissà cos´hanno?
Bello questo ristoro, c´è schiacciata alle olive e mortadella.
Lo vuoi il vino? Si, dammene un bicchiere. Poi lui dice meglio due, devi arrivare al Passo della Colla, ma ci sei quasi. Poi si riprende.
Grazie mille. Ciao.
[...]
È già qualche minuto che sono ripartito. Mi fermo e guardo indietro ma Marco e Michele non si vedono. Comincia a farsi sera e si sale ancora. Comincio ad avere freddo solo con la canotta. Ho un marsupio minimalista con maglia termica e manicotti e - credo ormai sette km più sù - , al Passo della Colla, ho il mio zaino nel camion con l´antivento e una maglia più pesante. Se resto fermo, ho freddo. Se mi muovo, mi scaldo. Marco e Michele non si vedono ancora. Allora riparto a passo svelto e a corsa nei tratti più facili di salita.
Arrivo al temuto Passo della Colla e adesso ho veramente freddo. Il vento debole ma persistente mi rende ancora più difficile il compito di riscaldarmi. Non riesco neanche a mangiare bene coi brividi e al camion di supporto c´è da fare la fila per ritirare lo zaino. Allora decido di mettere la maglia che ho con me, di togliere la canotta ormai bagnata e di infilare i manicotti. Cambio veloce e poi faccio l´unica cosa che mi sembra logica per scaldare rapidamente un corpo tremante: comincio a correre. Corro in discesa al ritmo più veloce e sostenibile che mi viene e mi servono un paio di km per raggiungere una temperatura di conforto. È buio ormai ma prima di prendere la frontale voglio essere sicuro di non avere più freddo. La strada è comunque illuminata dai miei compagni di corsa, dalle tante auto che fanno assistenza e da una splendida luna piena che sembra messa lì per renderci il lavoro più facile.
Poi arriva il ristoro dei 55km. Adesso sto bene. Mi faccio dare un bel piatto di pasta all´olio con tanto formaggio e un bicchiere di vino. Mi prendo il mio antinfiammatorio precauzionale perché il dolore alla caviglia buona s´è fatto sentire fino a ieri. Marco e Michele non si vedono. Arriva un messaggio... Loro sono ancora indietro. Rispondo che riparto. Che ci vedremo dopo.
Riparto al passo per digerire, ed è il momento della telefonata a casa. Faccio almeno un km camminando e riesco a parlare con Monia, con Sara, Alice, e con Federico. Alice mi chiede babbo dove sei? Sui monti? Sei lontano? Dico, Ali ho fatto quasi 60km... Sono sui monti ma non quelli vicino a casa... Devo farne ancora più di quaranta...
Alice, sorpresa, dice stai attento, non esagerare e altre cose da donnina più che da bimba, e poi, prima di chiudere, dice babbo divertiti! Mi meraviglia al punto che mi fa pensare che sia già diventata una piccola donna con tanto sale nella zucca e mi fa piacere che si preoccupi così, perché si sente che mi vuole tanto bene ma anche che è contenta per me.
Ripongo il cellulare. Mi guardo indietro come per abitudine ma so già che Marco e Michele sono ancora indietro. Magari sono a la Colla in attesa del Cambio...
Riparto.
Adesso corricchio con soddisfazione e arriva presto il ristoro dei 60. Un tipo ha appiccato un bel fuoco sul pratino davanti a casa sua e io mi fermo lì davanti per bere e mangiare. Adesso sono seduto con la schiena appoggiata alla casa del fuochista e fisso il fuoco che mia scalda dolcemente. Si sente odore di brace e di resina. Sì, resina, come scrivo sull´ultimo contatto con il gruppo Pisa Road Runners Club. Posto la foto del fuocherello e un ultimo commento: "60k. Vado! Però ci si stava bene qui al fuocherello. Odore di resina e di brace. Baci."
Riparto.
Questa è la fase eroica del mio Passatore; o forse la fase suicida... Dal km 60 all´ottantesimo ho corso come si corrono venti chilometri - magari quando hai da fare solo quelli... -. Ho corso perché stavo bene, perché correvo bene e mi sentivo fluido e leggero nel movimento. Ho corso perché mi sentivo in sintonia con la strada, il buio, l´aria che respiravo e, quando ho visto il cartello "Faenza 35", con la lucidità che forse ti fa vedere la follia, felice, ricordo di aver pensato... ne mancano solo trentacinque.
Più tardi dovrò rivedere il significato di quel "solo 35"...
Non avendo il garmin non potevo sapere il mio ritmo medio ma, a senso, credo che abbia viaggiato a una media di 4:30; non di più, ma neanche di meno.
Vedevo scorrere la strada, riprendevo figure già viste chilometri indietro, anticipavo con precisione certosina il momento in cui, dietro a quella o a quell´altra curva, si sarebbe materializzato il successivo ristoro; e, dietro la curva, senza margine di errore, appariva il ristoro. Sessantacinque. Ristoro. Settanta. Ristoro.
Adesso sono una macchina. Un motore e un telaio perfetto adatto a macinare chilometri. Corro ancora bene. Sono veloce. Elimino con soddisfazione calore e vapore acqueo da tutti i pori. La postura è corretta adesso. Il passo è costante ed efficace. I piedi sfiorano il suolo e sento armonia nel movimento. Una sensazione così l´avevo sentita alla mia Pisa Marathon 2014, dal trentesimo chilometro in poi. Dal trentesimo... Quando, in genere, si dovrebbe scoppiare... E adesso sono a settanta!
Settantacinque. Ristoro. Ottanta. Ristoro. Fine.
Fine della fase eroica. Fine della lucida follia. Fine delle mie energie. Spento.
Adesso sono seduto su una sedia di plastica bianca con un bicchiere di brodo caldo in mano una piadina prosciutto e formaggio nell´altra. Non sono più felice. Non ho più voglia di correre ma neanche di arrendermi. Adesso polpacci e quadricipiti fanno male. Male. Sì, proprio come in Val d´Orcia; solo che laggiù avevano cominciato molto prima.
Quando la frase "come in Val d´Orcia" mi attraversa il cervello mi viene voglia di alzarmi. Finisco il brodo e la piadina e proseguo camminando. Come in Val d´Orcia: ero stanco, stremato, sfinito ma volevo arrivare e so che anche oggi voglio quel traguardo in Piazza del Duomo a Faenza.
Mando un messaggio a Marco: 80k. Sono stanco. Non ho più voglia.
Pochi passi e ricevo la sua risposta: idem.
Cammino. Come camminavo in Val d´Orcia. Affianco un altro disgraziato come me e gli chiedo come sta. Lui dice che le ha finite. Che camminerà fino a Faenza. Io gli dico che farò un tentativo, uno solo; lo dico alzando la mano destra e il dito indice verso l´alto. Faccio cinquecento metri di nuovo a passo e ritmo zombie... Mi dico che ho dato tutto. Mi perdono. E mi autorizzo a mettere la barra a un quarto di potenza: cammini fino a Faenza! Ok!
La strada è dritta ed è ancora buio. Adesso mi accorgo anche di avere sonno. Allora mi ricordo alcune immagini dei miei 100km in Val d´Orcia su quelle lunghe strade bianche: dieci passi dormendo; poi venti; poi altri dieci. Forse sono microsonni, non lo so. Ma faccio così ancora per qualche chilometro: gli occhi socchiusi che fissano la linea bianca a bordo strada, come se fossero collegati in remoto con una centrale operativa indipendente e lontana dal resto di me. Vado avanti come un automa per un po´ ma vado avanti. Poi arriva il ristoro degli 85km. Brodo caldo. Pane e marmellata e caffè caldo con cinque, sei zollette. Riparto camminando. Quando zuccheri e caffeina entrano in circolo mi passa il sonno. Mi sembra di vedere le molecole di glucosio che, grazie all insulina, attraversano le membrane cellulari dei muscoli che riacquistano combustibile da bruciare; mentre la caffeina arriva al cervello, attraversa le membrane e fa quello che deve fare. Adesso il sonno non c´è più e sento che ho più forza. Ancora indolenzimento muscolare e, se avessi un altro antinfiammatorio, me lo sparerei endovena. Con la frontale illumino il guardrail... C´è un uomo piegato in due che sta vomitando. Gli chiedo se ha bisogno di aiuto. Lui mi dice di no. Che ha acidità di stomaco ma che posso andare. Poi non finisce di dire grazie che al "gra" è già di nuovo piagato in due al di là del guardrail per un altro conato violento.
Cammino ancora è arriva il ristoro dei 90. Faccio il pieno sentendomi una formula uno che rientra ai box in folle e sfruttando l´inerzia perché ha finito la benzina. La sensazione, adesso, è quella di mettere la benzina sufficiente per arrivare al ristoro successivo. Brucio quello che incamero al ristoro. Non ho altro da bruciare.
Di nuovo in marcia. Riprendo due tipi, uno del nord e uno marchigiano. Sono buffi due dialetti così diversi che dialogano di medie, tempi, ritmi, ristori e del più e del meno. I loro gps non vanno d´accordo: segnalano due distanze diverse, la differenza totale è di 1.600m... Io, da dietro, mi metto a pensare che, se abbiamo fatto 4 km dall´ultimo ristoro - e mi pare di sì -, allora siamo a 95km e 600metri; ma del ristoro dei 95... manco l´ombra...
Questo porta sconforto perché non ho più un riferimento attendibile e, sapere a che chilometro sono adesso mi aiuterebbe assai. Tra qualche vaffanculo e porcatroia mi convinco sempre di più che il cartello 95 è già passato, oppure che non lo hanno proprio messo - chissà perché, poi... Boh? -; e che il prossimo sarà quello dopo il traguardo. Però ho sete. Però ho fame. E poi mi ero abituato a riposarmi ogni 5 km... Non sono per niente contento. Intanto si intravede l´alba e si avvicina una città che è certamente Faenza. Ecco il ristoro! Ma allora a quanti chilometri siamo?
95!, mi risponde il ragazzino che mi versa il tè. Come 95? Sì, mancano 5 km al traguardo.
Mangio e bevo e, un po´ deluso, riparto al passo.
Dopo poco trovo il cartello giallo dei 95. Maledico i gps del nord e marchigiano. Mi fermo. Lo vorrei fotografare questo cartello ma la foto gliela faccio solo con la mente. Poi mi viene in mente il "metodo EnriOrci": lui calcola tutto con l´unità di misura "Piagge". Il sistema Lilly-Salvini: 2 km spaccati.
Allora mi metto a ragionare col fantasma di Enri e insieme calcoliamo che è come fare da Lilly a Salvini (o viceversa), poi da Salvini a Lilly (o viceversa), e poi arrivare al campanile di S. Michele. In tutto 5 km.
Adesso corro di nuovo. Eccome se corro. Sono appena partito da Salvini e supero tutti quelli che sono lì al piccolo trotto. Loro non lo sanno ma io ho già fatto 95k, e sono più veloce di loro che corrono da cento metri. Adesso sono accanto alla Facoltà di Veterinaria, la mia. I ricordi di quelli anni mi fanno dimenticare un po´ cosa sto facendo dalle 15 del pomeriggio di ieri... Sto correndo e, a giudicare dal vento che sento sulla faccia, sono decisamente sotto i 5 a chilometro. Poi arrivo a S. Michele: un chilometro è andato.
Ormai è giorno e Faenza si avvicina ma io sto puntando dritto verso Lilly: sono un treno, una locomotiva a vapore. Sento il movimento dei pistoni ben lubrificati, che fanno girare un albero a camme; ingranaggi che ruotano potenti con moto circolare uniforme e lo trasferiscono a giunti a cremagliera collegati alle gambe. Adesso sento una forza che mai mi sarei aspettato di avere dopo 95, 96, 97 chilometri... Il cartello dei 96 arriva presto. Il 97 si fa un po´ desiderare ma rispondo al suo ritardo posizionando la manetta su ´a tutta forza´ e, come un avversario leale e onesto che si arrende al più forte arriva il 97 e, di lì a poco, il 98. Quando capisco che alla vista del 99 sarà l´ultimo chilometro - da Lilly a S. Michele e basta! - esplodo dentro in una deflagrazione di commozione e di euforia; il rischio, in questi casi, in questi momenti, è quello di vedersi andare sù le pulsazioni a livelli sconvenienti. Ma qui subentra l´esperienza, il mestiere: una parte di cervello disattiva le emozioni e destina tutta l´energia alla propulsione.
Credo che stia correndo più vicino ai 4 che ai 5 al km, adesso. Mi aiuto con le mani e mi sento più un ottocentista che un podista che sta concludendo una 100km. Entro in città e qualcuno si sorprende nel vedere una figura che avanza a quella velocità dopo più di 14 ore di corsa e 99km. Supero il 99 ma il sistema operativo mi impedisce di abbandonarmi a emozioni o roba del genere: procedo ora più come un TGV che come un treno a vapore. Ricevo applausi e un "vai... Grande! Vai Pisa!" da uno sconosciuto che ha letto Pisa sul mio manicotto destro.
Curva a sinistra. Transenne. L´inconfondibile rumore del megafono. Il traguardo. Lo stesso che avevo visto sulle foto del Passatore di Francesco, che non è qui ma è come se ci fosse. Ci sono io e quel traguardo. E una cinquantina di metri tra me e lui. E io non rallento fino agli ultimi venti, forse dieci; poi apro le braccia ma adesso sono ali. Giù i carrelli. Sto atterrando. Ce l´ho fatta. Venti metri di planata a motori spenti. Tocco terra.
È finita. È veramente finita!
Sono Ultramaratoneta. Di nuovo! E fanno due!

Fonte: Enrico Marchetti



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